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I fumatori, anche non incalliti, la conoscono bene: è una tosse insistente e fastidiosa. Sanno anche, o almeno percepiscono empiricamente, che la tosse è una reazione dell’organismo. Insomma, un campanello d’allarme. Ignorano, forse, che fino a quando continua a suonare è un buon segno. Se smette, invece, significa guai: le sostanze nocive viaggiano verso i polmoni senza incontrare più ostacoli, come su un’autostrada.
«Due aldeidi tossiche contenute nel fumo, acroleina e crotonaldeide, — spiega Geppetti — producono una profonda irritazione ed un’importante reazione infiammatoria. A indurle è la stimolazione di uno specifico recettore, il TRPA1, presente sui nervi sensitivi bronchiali». L’acroleina, tra l’altro, è un inquinante prodotto anche dai gas di scarico delle automobili. Quando le cellule ciliate, gli «spazzini» delle vie aeree, non riescono a pulire a dovere, insomma, entrano in azione aldeidi e TRPA1.
L’irritazione e la tosse svolgono quindi una funzione protettiva per l’organismo.
Purtroppo, continuando ad inghiottire sostanze nocive, si arriva ad una saturazione del sistema di difesa.
Così il fumatore abituale va incontro a malattie gravi come il cancro del polmone, le patologie cardiovascolari e la broncopatia ostruttiva. Di quest’ultima finisce con l’ammalarsi il 10-15 per cento dei fumatori. Nel 2020, secondo le stime dell’Oms, questa patologia, che ancora oggi si cura con difficoltà, diventerà la quarta causa di morte nel mondo.
In Italia, l’Istituto superiore di sanità rilancia l’allarme fumo tra i giovani e indica gli ambulatori dei medici di famiglia come «avamposto» della prevenzione. «Bastano tre minuti per un primo colloquio», dice l’Istituto. «La migliore strategia per la lotta alle malattie da fumo di sigaretta — sottolinea Geppetti — resta quella di non iniziare a fumare. I risultati della nostra ricerca, però, potranno portare ad avere entro cinque anni medicine che disincentivino i fumatori dal persistere nella loro abitudine».
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